Un ORLAN-CORPS mobile o il design di una SMART sempre più SMART, 2026
Negli ultimi anni ci siamo resi conto in modo sempre più nitido di una realtà rimasta a lungo invisibile: siamo abitati, ricoperti e attraversati da miliardi di esseri viventi. Batteri, microbi, virus, fagi, spore, funghi… una moltitudine di organismi convivono su di noi e dentro di noi, formando un ecosistema complesso e dinamico. Questa presenza influenza la nostra salute, il nostro equilibrio biologico, le nostre emozioni e il nostro umore.
La pandemia ha reso improvvisamente visibile questo mondo microscopico. Ciò che era un’astrazione è diventato concreto, tangibile, nei nostri gesti quotidiani, nelle nostre paure e nelle nostre precauzioni. Abbiamo instaurato una distanza fisica tra i corpi, trasformando in modo duraturo il nostro modo di stare insieme (un fenomeno sociale su cui riflette ORLAN).
L’artista lavora spesso al crocevia tra arte e scienza, in particolare con le biotecnologie. Nel 2007, a Perth, grazie al laboratorio Symbiotica e al teorico della BioART e curatore Jens Hauser, Il mantello di Arlecchino, un’opera in cui coltiva le proprie cellule insieme a quelle provenienti da altre fonti umane e animali.
ORLAN ha sviluppato una riflessione sulla figura dell’Arlecchino, partendo dal testo del filosofo Michel Serres, «Il Terzo Istruito». Nella prefazione intitolata Laicità, l’Arlecchino, dopo aver fatto il giro del mondo liberandosi a poco a poco dei suoi abiti patchwork, rivela una pelle anch’essa fatta di frammenti e tracce tatuate da ciò che ha visto e incontrato. Eppure, non si rende conto che tutto ciò che ha visto lo ha profondamente permeato, trasformato, ibridato — proprio come quando ci muoviamo, viaggiamo e attraversiamo diverse culture. Questa fiaba filosofica fa dell’Arlecchino una metafora del multiculturalismo e dell’accettazione dell’altro in se stessi.
Nel 2010, per la sua installazione monumentale Un bue sulla lingua al Museo di Nantes, ORLAN ha creato, in collaborazione con le manifatture di seta Brochier, un velluto di seta stampato con un motivo arlecchinesco composto da virus — alcuni mortali, altri, come i fagi, portatori di vita — oltre a batteri, spore, funghi e cellule del sangue, della pelle e dei muscoli.
Nel 2018, Fabrice Hyber ha invitato ORLAN a partecipare al progetto ORGANOÏDE all’Istituto Pasteur per realizzare un’installazione permanente nell’auditorium OMICS con nuove immagini che rappresentavano il microbiota, tra cui le parole «cellula staminale», «fangoterapia », «rabbia», «Pasteurella pestis», «vaccino» e persino «ricercatrice»…
Nel 2026, l’artista riprende questo tema personalizzando la sua auto con colori “festosi” per dare un tocco unico e allegro a una città grigia e combattere l’uniformità e gli stereotipi sui veicoli. ORLAN rende la sua SMART ancora più SMART!
Questa azione trasforma la carrozzeria in una superficie ibrida dove si intrecciano segni biologici e simbolici. L’oggetto diventa una lente d’ingrandimento, rivelando ciò che i nostri occhi non riuscivano a percepire: l’infinitamente piccolo. L’auto diventa così un’estensione mobile del corpo arlecchino, uno spazio di circolazione in cui si imprimono le tracce del vivente in tutta la sua complessità. Il patchwork non è più solo tessile o cutaneo, ma anche meccanico e sociale: ricopre un mezzo di trasporto, mettendo in luce i flussi, gli scambi e i percorsi che plasmano l’identità umana. Il motivo diventa una cartografia sensoriale del vivente, dove virus e cellule ricordano allo stesso tempo la fragilità e la potenza delle interazioni, proponendo la visione di un corpo potenziato, disseminato nello spazio pubblico.
In occasione della sua retrospettiva alla galleria Ceysson & Bénétière di Saint-Étienne, nel 2025, ORLAN rende omaggio alle grandi pioniere della storia che hanno difeso le stesse cause che lei sostiene, ma molto prima di lei, e che, in alcuni casi, hanno perso la vita per questo.
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Sgabello in cartone ondulato minerale con “Arlequinades”, Paris Arty Show, 2025
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ORLAN X CAMILLE FOURNET, collezione in edizione limitata “Da corpo a corpo”
Un occhio, una bocca, un naso: «il corpo è un sacco, il corpo è un costume». Con questa nuova creazione, ORLAN si immerge nel mondo della pelle, nella carne della maison Camille Fournet. Questo incontro permette all’artista di abbattere le barriere di ghiaccio tra le diverse discipline, creando punti di contatto tra le arti visive, il lusso e la pelletteria.
Artista internazionale, sensuale, femminista e sempre al centro dell’attenzione, ORLAN ha creato per la Maison una collezione d’eccezione, con frammenti del suo corpo che richiamano la sua opera storica “Vendersi nei mercati a pezzetti”.
Da tempo ORLAN mette in gioco la rappresentazione del proprio corpo per interrogarsi sui fenomeni sociali attuali con uno sguardo critico. Quando si parla di borse o zaini, si fa riferimento al corpo. La borsa viene portata con la mano, ma il suo nome potrebbe farci pensare che contenga delle mani: da qui l’idea di scrivere sulle borse, che siano a mano, a spalla o di altro tipo, parti del corpo dell’artista (impronte di viso, occhio, ciocca di capelli, orecchio, mano…). La borsa è come una protesi che ci permette di trasportare gli oggetti di cui abbiamo bisogno. È l’evoluzione, il proseguimento delle nostre tasche.
Il costume da Slow dell’artista, di Beñat Moreno, 2023
In occasione dell’uscita del suo primo album musicale *Le Slow de l’Artiste*, ORLAN collabora con Beñat Moreno per la creazione di un costume che indossa durante la promozione, i videoclip e le esibizioni dal vivo. Lui ha realizzato un abito in lycra e un mantello in mussola con una stampa tessile che riprende gli slogan del progetto: “JE SUIS SLOWSEXUEL.LE”, “NOUS SOMMES SLOWSEXUEL.LE.S”, “JE SUIS ARTSEXUEL.LE”, “NOI SIAMO ARTSEXUEL.LE.S”, il tutto in bianco e nero. Con questo costume, ORLAN diventa un manifesto e incarna visivamente il suo concetto.
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Collezione “Le donne che piangono sono arrabbiate”, 2022-2025
ORLAN ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la moda, che molto spesso alimenta proprio quegli stereotipi di bellezza contro cui lei si batte. Tuttavia, è uno strumento creativo che ORLAN a volte mette in discussione con il giusto approccio e la giusta distanza critica. Nel 2022, crea dei prototipi di scarpe insieme al collettivo “Le donne che piangono sono arrabbiate”. E nel 2025, ORLAN disegna insieme a Benat Moreno una collezione capsule di abbigliamento.
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MASCHERE DI ORLAN, 1984-2020
Per ORLAN il corpo è solo un sacco, il corpo è solo un costume. Ha lavorato molto su questo tema e, in particolare, sulla maschera nella sua opera.
Già nel 1964, nella serie CORPS-SCULPTURES, mette in scena per la prima volta il suo corpo nudo, il più delle volte senza identità, perché i capelli, una maschera o la posizione del corpo le nascondono il viso. Nel 1984, ORLAN crea una maschera stampata con una foto della sua vulva per la sua video-performance Mise en scène pour un grand fiat. Userà questo accessorio molte volte in seguito, in particolare nella sua performance Kiss on pussy. Nella sua prima performance-intervento chirurgico, detta «Bloc du shérif» del 1986, si fa operare a tratti con la maschera. Naturalmente, nelle sue auto-ibridazioni con le maschere dell’Opera di Pechino del 2014, ORLAN riprende le maschere cinesi per riaffermare il suo ruolo di donna in un luogo in cui le donne sono bandite. Infine, con COVID21, ORLAN realizza diverse opere incentrate sulla maschera e sul virus e crea maschere utilizzabili con la foto della sua vulva e la sua «arlequinata» all’interno del corpo, con batteri, cellule ecc.
ORLAN ha realizzato più volte delle tazze come gadget promozionali delle sue opere.
Nel 2014 ha realizzato le sue prime tazze ispirate alla sua serie “Le Plan du Film” in occasione della sua mostra personale al Museo delle Arti Decorative e del Design di Riga, in Lettonia, Città europea della cultura, a cura di Inese Baranovska.
Nel 2018 ha realizzato delle tazze con ciascuna delle opere della sua serie “Self-hybridations entre femmes”.
Nel 2023 ha realizzato due nuovi modelli in occasione dell’uscita del suo album *Le Slow de l’Artiste*, oltre a dei preservativi.
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Nuovi edifici OMICS, Istituto PASTEUR, intervento artistico, invito nell’ambito dell’ORGANOÏDE di Fabrice Hyber, “LES PHAGES D’ORLAN”, 2018
Dopo la sua mostra *Le boeuf sur la langue* ( 2010), ORLAN ha avuto il piacere di essere invitata a partecipare al progetto *ORGANOÏDE*, ideato dal suo amico e accademico Fabrice Hyber e da Olivier Schwartz. Si tratta di una banca dati di immagini realizzate da artisti per accompagnare le ricerche scientifiche dell’Istituto Pasteur.
Nell’ambito di questo progetto, ha avuto l’opportunità di collaborare con il ricercatore Shahragim Tajbakhsh, responsabile ed esperto dell’unità “Cellule staminali e sviluppo”, un argomento che appassiona molto ORLAN.
Dopo averne discusso a lungo con lui, ha deciso di lavorare con le sue cellule staminali e ha proposto all’Istituto Pasteur un progetto in tal senso, che è stato respinto dal comitato etico perché in Francia è vietato lavorare con le proprie cellule. Il che dimostra che il corpo e il suo utilizzo sono una questione politica. Il nostro corpo non ci appartiene.
Alla fine, l’Istituto Pasteur, tramite Fabrice Hyber, gli ha proposto di realizzare un intervento artistico nei loro nuovi edifici, OMICS, all’interno dell’atrio degli edifici Simone Veil e Alexandre Yersin.
ORLAN ha creato un intero mondo partendo da immagini super colorate delle sue cellule e dei virus, proprio come in *Le bœuf sur la langue*, ma in una versione diversa. Le parole che compaiono in queste immagini coloratissime e arlecchinesche erano, per esempio, “rabbia”, “pasteurella pestis”, «vaccino» o ancora «ricercatrice», un termine che ORLAN apprezza molto perché sottolinea la femminilizzazione dei nomi delle professioni, mentre Marie Curie ha sofferto molto, in quanto donna, per essere una ricercatrice in mezzo ai ricercatori.
Le immagini sono state montate in cassonetti luminosi e su un rivestimento per pavimenti, sopra e sotto le gradinate e su tavoli rotondi alti rivestiti con questa stampa. Il tocco finale è un tondo molto grande, appeso in alto sulla parete bianca di fronte alle gradinate.
ORLAN X NUBI, Dal drappeggio alla piega digitale, 2016 Spilla digitale animata. Schermo OLED, acciaio inossidabile e pasta di vetro nera. 3,8 cm x 3,8 cm x 1,6 cm. Realizzata in 12 esemplari / CELLULES, 2016 Collana lunga animata Schermo OLED, acciaio inossidabile e pasta di vetro nera 3,8 cm x 3,8 cm x 1,6 cm Realizzata in 222 esemplari
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ORLAN x Brochier Soieries, Fazzoletto quadrato di seta, Auto-ibridazioni Maschere dell’Opera di Pechino, Facing Designs e realtà aumentata n. 1, 2016, 90×90 cm
ORLAN e la casa di seteria Brochier hanno collaborato alla creazione di foulard di seta ispirati alla sua serie “Self-hybridations” delle maschere dell’Opera di Pechino, del 2014. In quest’opera, le donne sono bandite e i ruoli sono interpretati dagli uomini.
Proprio come le opere, anche la sciarpa funge da codice QR. Il cliente o la cliente può scannerizzarla e vedere apparire un avatar di ORLAN che esce dalla cornice dell’opera ed esegue le acrobazie dell’Opera di Pechino.
A quel punto puoi scattare foto con i tuoi amici e l’avatar e inviarle in tutto il mondo, proprio come faresti con qualsiasi selfie.
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DUE DITA BAROCHE PER UNA MANO BELLISSIMA, Anello in argento massiccio, 4,3 x 6 x 3,2 cm, Edizione del 12, 2015
Nel 2015, ORLAN ha realizzato “DUE DITA BAROCCHE PER UNA BELLA MANO”, un anello in argento massiccio che prosegue la sua ricerca sui drappeggi barocchi. Crea volumi con forme organiche, curve e controcurve…
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ORLAN x Diane Venet, Tête de fou, 2010, oro e argento, 8,5×10,5×3 cm
Spilla ispirata all’opera Defigurazione-Riconfigurazione, Auto-ibridazioni africane, Antico copricapo da danza Ejagham della Nigeria e volto di una donna euro-stefanoise
Questa serie è composta da una serie di fotografie in bianco e nero ispirate alle foto etnografiche, le prime immagini in cui si fotografava l’Altro. Nel 2010 ORLAN ha collaborato con Diane Venet. Si tratta delle spille “Tête de fou” in oro e argento, create ispirandosi all’opera “Défiguration-Refuguration”, alle “Self-hybridations Africaines”, a un antico cimiero da danza Ejagham della Nigeria e al volto di una donna euro-stéphanoise.
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Un Boeuf Sur La Langue, Museo delle Belle Arti di Nantes, Cappella dell’Oratorio, Francia, 2010
Nel 2010, ORLAN ha ideato la mostra *Un boeuf sur la langue*, per la quale ha creato un velluto di seta stampato dai laboratori di seteria Brochier con un disegno che raffigura virus, fagi, cellule del sangue, della pelle e dei muscoli, quasi esclusivamente per il piacere di toccare e osservare questo tessuto così vibrante e pittorico, con cui ha realizzato sedie, abiti, opere d’arte e spazi che imitano le vetrate colorate.
Questi abiti erano indossati da modelle di colore ed erano neri da dietro, ma molto colorati di fronte. L’arredamento comprendeva in particolare un tavolo con un piano girevole e una lunghissima panca semicircolare composta da sgabelli su rotelle che si incastravano l’uno nell’altro; una panca su cui il pubblico si è seduto durante le numerose discussioni organizzate nel corso della mostra sulle parole presenti nello spazio. I partecipanti potevano scegliere se restare nella conversazione in modo collettivo oppure far scorrere la propria sedia e staccarsi dal gruppo, e così la parola tornava a essere individuale.
L’idea alla base della mostra era quella di unire design, moda, arte, scultura, testi e immagini mediche in un unico luogo, il Museo delle Belle Arti di Nantes.
Entrando nell’installazione, era tutto buio e non si capiva cosa avessero in mano i manichini. L’atmosfera era opprimente, inquisitoria, quasi morbosa. Avanzando nella cappella dell’oratorio, a poco a poco si riusciva a leggere testi come «dire», «ateo», «superdonna», «simbiontico»… E, allo stesso tempo, vedere la parte anteriore degli abiti realizzati con quel velluto di seta dai colori vivaci, come un’arlecchinata.
Sutura-Ibridazione-Riciclaggio, Espacio Artes Visuales, Murcia, Spagna, 2009
Si può interpretare praticamente tutta l’opera di ORLAN attraverso il prisma dell’abito, del costume o del travestimento. Per l’artista, l’abito è un’interfaccia migliore della pelle. Non ci si sceglie la pelle, ma grazie all’abito ci si può creare una seconda pelle, un biglietto da visita che rispecchi al meglio chi siamo, l’immagine che vogliamo trasmettere, la nostra cultura, i nostri gusti: ci permette di costruire il nostro biglietto da visita e di definire chi vogliamo essere.
Nel 2009 ORLAN realizza l’installazione “Suture-Hybridation-Recyclage”, in cui mescola il suo guardaroba seguendo lo stesso protocollo con David Delfin, Maroussia Rebecq e Agatha Ruiz de la Prada, chiedendo loro di trovare un modo per unire due dei suoi capi diversi, in modo da far convergere epoche, materiali, stilisti e momenti della sua storia. Maroussia Rebecq ha tagliato due capi e ha messo un laccetto giallo fluo per unirli, David Delfin ha aggiunto dei nastri pieni di graffette, che permettono di separarli e di agganciarli a un altro capo, creando così un’ibridazione, o meglio un assemblaggio temporaneo e molteplici ibridazioni in continua evoluzione.
Agatha Ruiz de la Prada, invece, ha proposto una soluzione più radicale. Ha selezionato con cura dal suo museo degli abiti più belli, li ha tagliati a metà e ha diviso in due i capi di ORLAN a partire dalla vita, per poi ricomporli.
Quindi, ogni abito è stato ricreato usando metà di un abito di Agatha Ruiz de la Prada e metà di un abito del guardaroba di ORLAN, di cui non conosco necessariamente lo stilista. ORLAN ha conservato tutto il suo guardaroba fin dall’adolescenza.
Il 30 maggio 1990, in una chiesa sconsacrata chiamata “All Saints” a Newcastle, in Inghilterra, ORLAN annuncia, durante una performance-rituale inaugurale, la sua decisione di intraprendere le “Operazioni-Chirurgiche-Performance”, leggendo il suo manifesto dell’Arte Carnale che aveva scritto nel 1989.
LA REINCARNAZIONE DI SANTA ORLAN O IMMAGINI NUOVE – IMMAGINI CHIAMATE OPERAZIONI – INTERVENTI CHIRURGICI – PERFORMANCE, è una serie di 9 performance realizzate da ORLAN tra il 1990 e il 1993 a Parigi, a Bruxelles e a New York. ORLAN ha creato questa serie per stravolgere la chirurgia dalle sue solite pratiche di miglioramento e ringiovanimento e per eseguire interventi chirurgici che non dovevano portare bellezza, ma bruttezza, mostruosità, indesiderabilità.
L’idea centrale di questi interventi chirurgici era quella di combattere gli stereotipi, i modelli prestabiliti. ORLAN non è contro la chirurgia estetica, ma contro l’uso che se ne fa. Usa quindi questa tecnica per inventare un “io che mi amo”, sfidando la maschera dell’innato. La prima condizione concordata con i vari chirurghi era l’assenza di dolore, perché ORLAN è a favore del CORPO-PIACERE. Per ogni performance, ORLAN decorava la sala operatoria, che con questo gesto diventava il suo studio d’artista. Lei e tutto il personale medico indossavano costumi realizzati da uno stilista di fama che collaborava con l’artista. Le performance erano accompagnate da letture e, quando il gesto operatorio lo permetteva, ORLAN produceva immagini, realizzava film, video, foto, disegni con il suo sangue e le sue dita, reliquiari con il proprio grasso e la propria carne, una sorta di «sindoni» realizzati con il proprio sangue essiccato e la garza medica proveniente dall’intervento, sulla quale ha effettuato dei trasferimenti fotografici, e oggetti poi esposti in musei e gallerie.
Vestirsi della propria nudità, Caldas da Rainha, Portogallo, 1976-77
Nella performance “Vestirsi della propria nudità” ( 1976-77), ORLAN indossa una fotografia del proprio corpo nudo, sotto forma di un abito in tela fotografica che la ricopre interamente, e passeggia nei parchi pubblici del Portogallo.
Gli agenti di polizia hanno cercato di multarla per atti osceni in luogo pubblico, ma non ci sono riusciti perché ORLAN era vestita dalla testa ai piedi e aveva i documenti d’identità nella borsa.
Nello spazio pubblico, gli altri si trovano di fronte alla rappresentazione della sua nudità, senza che lei sia effettivamente nuda. ORLAN mette in evidenza questo stesso divario nella vita pubblica, dove gli altri si rappresentano piuttosto che presentarsi. In questo senso, la performance agisce sullo spazio reale, sconvolgendo il rapporto con l’altro e rendendo l’incontro critico. ORLAN cerca di avvicinarsi all’ambiente circostante, agli oggetti che fungono da mediatori nell’incontro con l’altro, e di creare mettendo in discussione la legge e sconvolgendo i suoi schemi senza che si possa condannarla.